Prima Vera Arte (sale espositive di artArt)
Nove giorni di mostre, spettacoli, performance artistiche, poesia, musica.
Dal 16 al 24 marzo I pittori Mirella Bisson, Gil David, Fabio Frabetti, Didi Fonti, Maurizio Magnani, Claudia Marchi , Mauro Tonini e gli scultori Halloumi Adbessamad e Anna Giargoni.
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OLTRE LA TELA
di Alberto Gross
"Art Journal" maggio-giugno 2007
Sono carezze di colore sul corpo pallido del quadro, educati sberleffi di cromie puriginose che partono diritti debordando e travalicando i loro stessi limiti di spazio senza confine, per raggiungere ed ingannare le pause tra una disattenzione e l'altra dell'osservatore, ormai sconfitto dall'imponderabile mistero di quelle ferite graffiate sul palmo della carta. Le opere di Claudia Marchi rispondono nascondendo le risposte, dicono trascurando di parlare, obbediscono senza conoscere nè richieste, nè premesse, forti di una loro tenue aggressività in cui il feroce impatto elettrico dell'acrilico è mitigato dal morbido calore del pastello ed ogni piega di colore segue linee invisibili, al di fuori delle quali l'anarchia delle forme sarebbe completa e l'intonazione cromatica falsata e bugiarda. Il suo è il sentimento dell'a-formale, ovvero di ciò che possiede forme precise e riconoscibili, ma solo se raccolte e riannodate nella mente attraverso quella memoria estetica che ci appartiene; la cifra maieutica dell'arte della Marchi incoraggia a vedere ciò che resterebbe celato dalla superficalità di sguardi più attenti alla rappresentazione del reale che non al reale, più rivolti alla comprensione che non all'intuizione. Niente esplosioni dai suoi dipinti, ma solo lenti, ponderati singulti di meditata irrazionalità.
di Alberto Gross
"Art Journal" maggio-giugno 2007
Sono carezze di colore sul corpo pallido del quadro, educati sberleffi di cromie puriginose che partono diritti debordando e travalicando i loro stessi limiti di spazio senza confine, per raggiungere ed ingannare le pause tra una disattenzione e l'altra dell'osservatore, ormai sconfitto dall'imponderabile mistero di quelle ferite graffiate sul palmo della carta. Le opere di Claudia Marchi rispondono nascondendo le risposte, dicono trascurando di parlare, obbediscono senza conoscere nè richieste, nè premesse, forti di una loro tenue aggressività in cui il feroce impatto elettrico dell'acrilico è mitigato dal morbido calore del pastello ed ogni piega di colore segue linee invisibili, al di fuori delle quali l'anarchia delle forme sarebbe completa e l'intonazione cromatica falsata e bugiarda. Il suo è il sentimento dell'a-formale, ovvero di ciò che possiede forme precise e riconoscibili, ma solo se raccolte e riannodate nella mente attraverso quella memoria estetica che ci appartiene; la cifra maieutica dell'arte della Marchi incoraggia a vedere ciò che resterebbe celato dalla superficalità di sguardi più attenti alla rappresentazione del reale che non al reale, più rivolti alla comprensione che non all'intuizione. Niente esplosioni dai suoi dipinti, ma solo lenti, ponderati singulti di meditata irrazionalità.
